La Corte di Cassazione ha respinto, ritenendolo infondato, il ricorso presentato da Marco Sorbara per ottenere un risarcimento legato alla detenzione subita nell’ambito dell’inchiesta Geenna. La decisione dei giudici di Roma conferma il rigetto già pronunciato dalla Corte d’Appello di Torino.
L’ex consigliere regionale della Valle d’Aosta aveva chiesto un indennizzo di circa 516mila euro. La richiesta riguardava il periodo trascorso tra carcere e domiciliari dopo l’arresto del 2019, quando Sorbara era stato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa nell’indagine sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel territorio valdostano.
Le motivazioni dei giudici
Nel valutare la domanda, i giudici d’Appello non hanno considerato soltanto l’assoluzione definitiva ottenuta da Sorbara nel 2023. Il riferimento è stato invece agli elementi disponibili nelle fasi iniziali dell’indagine, quando il giudice delle misure cautelari aveva rilevato profili di colpa grave nei rapporti del consigliere regionale con ambienti criminali ritenuti di sicura pericolosità.
Secondo la Corte d’Appello, questi elementi costituivano un ostacolo al riconoscimento dell’indennizzo per ingiusta detenzione. La Cassazione ha sostanzialmente confermato tale impostazione, richiamando in particolare la frequentazione consapevole e ambigua di Sorbara con Antonio Raso, uno degli imputati nel procedimento Geenna.
Dall’arresto all’assoluzione
La detenzione era iniziata nel 2019. Nel corso dei procedimenti di primo, secondo e terzo grado, Sorbara aveva trascorso più di 900 giorni tra il carcere e gli arresti domiciliari. L’iter processuale si era concluso nel 2023 con la sua assoluzione definitiva dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
La posizione di Antonio Raso, condannato a otto anni nell’Appello-bis, è invece ancora al centro del procedimento giudiziario: l’uomo è in attesa del processo d’Appello-ter. Per Sorbara, la decisione della Suprema Corte chiude la possibilità di ottenere il ristoro economico richiesto per la detenzione.